iFerr-135 - Anno 2026

giugno 2026 iFerr 81 www.iferr.com Business a Colori > Viviamo in un’epoca in cui il talento individuale viene celebrato continuamente. L’azienda cerca il venditore migliore, il manager più performante, il collaboratore più veloce, il professionista più brillante. Tutto sembra ruotare attorno alla prestazione personale. Eppure c’è una domanda che sempre più imprenditori e responsabili si stanno facendo: “Perché, pur avendo persone valide, il team non funziona davvero?”. La verità è che un gruppo composto da eccellenti individualità non garantisce automaticamente risultati eccellenti. Anzi. Molte aziende oggi vivono un paradosso: • persone competenti ma scollegate; • professionisti motivati ma competitivi tra loro; • reparti efficienti singolarmente ma incapaci di collaborare; • obiettivi raggiunti individualmente ma clima interno deteriorato. Per anni il mondo del lavoro ha premiato soprattutto la performance del singolo. Bonus personali. Classifiche. Premi individuali. Competizione interna. Questo modello ha funzionato in contesti lineari, gerarchici e prevedibili. Ma oggi il mercato è cambiato. Le aziende moderne hanno bisogno di velocità, adattabilità, fiducia reciproca e comunicazione efficace. E questi elementi non nascono dal talento individuale. Nascono dalla qualità delle relazioni. IL MITO DEL “CAMPIONE” Nel coaching aziendale vedo spesso la stessa situazione. C’è il “top performer”, quello che produce più degli altri. Quello che tutti considerano indispensabile. Ma molto spesso quella stessa persona: Le aziende più performanti non sono quelle con i singoli più forti, ma quelle con maggiore coesione interna. La collaborazione permette velocità, adattabilità e resilienza. I team uniti reagiscono meglio ai cambiamenti e mantengono alta la motivazione anche nelle fasi di difficoltà.

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